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Info
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Ruolo e competenze
dello psicologo nell’area penale minorile.
Difficoltà e spunti di riflessione -
Video
a cura
della Dr.ssa Claudia Nissi
Nella mia tesi di licenza ho avuto modo di
analizzare concretamente il ruolo dello psicologo nelle diverse
strutture dell’area penale minorile, intervistando dieci
psicologi che operano nel settore penale: nel Centro di Prima
Accoglienza, nell’Ufficio Servizi Sociali Minorenni, nelle
comunità e nell’Istituto Penale Minorile.
Il numero limitato non mi permette di estrapolare dati quantitativamente validi, ma mi ha aiutato a comprendere meglio sfumature che non sempre emergono nei testi dove le parole tendono a limitare, o a ridurre il peso di problemi che invece nella pratica sono difficili da risolvere.
Emerge, prima fra tutte, la difficoltà di non riuscire a trattare disturbi psicopatologici gravi. Uno psicologo del carcere fa presente che questa struttura si sostituisce spesso ai centri psichiatrici per adolescenti, in quanto capita che alcuni ragazzi arrivino lì con patologie gravi; in questi casi lo scarso tempo a disposizione e la saltuarietà del trattamento, dovuto al passaggio da una struttura all’altra, rendono difficile la possibilità di un intervento efficace. Ci sono disturbi che richiedono anni di terapia e il contesto penale non può effettuare interventi così prolungati nel tempo.
Un altro problema è relativo all’ordinamento normativo in ambito minorile, dove si utilizza un adattamento dell’ordinamento Penitenziario per gli adulti; manca invece un ordinamento ad hoc per i minori. Il D.P.R. 448/88, che continua ad essere definito il decreto relativo al “nuovo processo penale per i minori”, ha già compiuto la maggiore età e richiederebbe di fatto un intervento, soprattutto per rimanere al passo con i tempi e con i cambiamenti della delinquenza minorile negli ultimi anni. Dalle interviste emerge questa richiesta di rinnovo, in quanto di fatto queste disposizione sono adatte a quei ragazzi che hanno risorse sul territorio, famiglie che li prendono a carico, e ne assumono la responsabilità in termini economici e affettivi. Questa normativa non tiene conto, invece, della nuove tipologie di delinquenti, che sono per lo più ragazzi stranieri.
In particolare le difficoltà di lingua, la cultura estremamente diversa e distante dalla nostra, le scarse risorse presenti sul territorio, in termini familiari, sociali, scolastici, fanno si che il giudice è portato con maggior facilità a sistemare in carcere questi minori, per i quali sembra non esserci nessun’altra soluzione.
Mentre per i ragazzi italiani effettivamente il carcere si configura come possibilità estrema, e l’entrata nell’area penale viene resa il più soft possibile, per i ragazzi stranieri sembrano esserci poche alternative. Anche gli psicologi intervistati hanno difficoltà a individuare quale possa essere la soluzione migliore per loro. Attualmente la mancanza di fondi rende saltuaria la presenza del mediatore all’interno del carcere e gli operatori si trovano a dover intervenire con ragazzi che hanno una conoscenza scarsa dell’italiano.
Nella realtà si è cercato di rendere residuale la pena detentiva, ma la legge non sembra essere uguale per tutti. Se la soluzione migliore rimane il carcere è bene che questo venga ripensato nell’ottica della sua funzionalità. La funzione del sistema penitenziario è direttamente legata alla possibilità di questa struttura e dei suoi operatori di connettersi con il mondo esterno, attraverso la progettazione di interventi che producano continuità all’esterno del carcere stesso. La progettualità, quindi rimane la dimensione essenziale di cui si deve tener conto, qualora si voglia riabilitare il ragazzo all’interno della società. Difficilmente il carcere riesce ad educare e a ridurre il rischio di recidiva, per questo, affinché l’intervento funzioni, deve essere pensato nel tempo. Ci vuole consequenzialità tra le azioni messe in atto nei diversi contesti, ci vuole comunicazione, lavoro di equipe e di rete. Una collaborazione dei professionisti a diversi livelli, difficile da ritrovare nella pratica.
Altri problemi sono legati alla struttura stessa del lavoro nell’area penale: la gestione di una committenza dell’intervento diversa dall’utenza, il setting così diverso da quello del contesto clinico, la non volontarietà dell’intervento che non è richiesto dal ragazzo, l’esigenza di responsabilizzare il ragazzo rispetto al reato commesso e la promozione di nuove risorse.
Trovare una soluzione a questi aspetti rientra nell’esigenza professionale propria dell’ambito normativo di conciliare due forme di linguaggio, quella giuridica e psicologica, così diverse tra loro, dove la competenza giuridica fornisce una cornice di riferimento al lavoro psicologico nel contesto della giustizia.
Rimane aperta l’esigenza di un profilo formativo ideale dello psicologo che opera nell’area penale: una qualifica educativa e in ambito clinico, per affrontare al meglio l’esigenza terapeutica, un approfondimento in ambito giuridico per rispondere all’esigenza normativa e a quella di tutela, e una formazione più specifica in ambito interculturale per superare, con maggiori risorse, le difficoltà che si incontrano nella relazione con i ragazzi stranieri.
Per finire, accanto al valore strumentale che il reato assume, si deve evidenziare l’esigenza comunicativa del ragazzo, insita nel suo gesto. Una richiesta di aiuto che esige una risposta adeguata.

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